Ho immaginato questo scritto come un racconto in cui il Maestro, Paramhansa Yogananda, si rivolge a un gruppo di discepoli e comincia a parlargli del Bhakti Yoga. Gli insegnamenti contenuti si rifanno a quelli del Maestro sull’argomento, anche se naturalmente ci sono spunti personali che derivano dalla mia ormai trentennale esperienza come suo discepolo.
Giovanni Mukundadas
Lezione sul Bhakti Yoga
Eravamo seduti ai piedi del Maestro che ci guardava con semplicità, con i suoi occhi puri come la luce dell’anima, come se stesse per indicarci qualcosa che avevamo sempre avuto davanti a noi; eppure, non riuscivamo a scorgere. Nell’aria c’era odore di incenso di sandalo e gelsomino. Il mio cuore batteva forte per l’emozione di trovarmi davanti a una manifestazione Divina così bella e straordinaria e, allo stesso tempo, era colmo di amore e devozione che agivano come una cascata di pace che calmava e rinfrescava l’anima.
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La stanza era immersa in un silenzio denso e vibrante. Seduto nella penombra, Mukundadas manteneva la postura immobile, il respiro calmo e sottile, gli occhi chiusi e concentrati nel punto tra le sopracciglia, l'occhio spirituale. La sua mente, dopo aver praticato a lungo le tecniche del Kriya Yoga, si era finalmente acquietata, scivolando in uno stato di profonda interiorizzazione nel Pranava, che ora lo avvolgeva come l’oceano fa con la goccia.
All'improvviso, lo spazio oscuro dietro le palpebre chiuse cominciò a mutare. Non fu un lampo abbagliante, ma un bagliore dorato, morbido e avvolgente, che si espanse fino a riempire l'intera stanza, dissolvendo le pareti fisiche e trasportando la sua coscienza in una dimensione senza tempo. Tra le cime innevate di un paesaggio himalayano interiore, la luce iniziò a condensarsi.
Prese forma la figura di un giovane asceta dai lunghi capelli color rame e dal corpo radioso. L'aura di pace infinita e l'amore travolgente che emanava non lasciavano spazio a dubbi: era Mahavatar Babaji.
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I grandi Yogi indiani dicono che vale più un grammo di pratica che una tonnellata di teoria. Quanto è vera questa affermazione! E quanti ricercatori ho conosciuto che, pur essendo sinceramente alla ricerca della Verità, continuano ad annaspare affannosamente dietro libri, conferenze, maestri veri, falsi o autoproclamati, passando da uno all’altro continuamente, pensando di essere su Amazon e con un click arrivare alla felicità, al risveglio e non riuscendo a capire che per sfamarsi devono assaggiare loro stessi il cibo dell’estasi meditativa. Continuano in questo modo a cercare scorciatoie e trucchi vari per arrivare a ciò che può essere raggiunto solo applicandosi con costanza, risolutezza ed entusiasmo allo svolgimento delle pratiche insegnate da un vero Maestro e che il raggiungimento della realizzazione del Sé può richiedere tanto tempo quanto il nostro karma, lo sforzo personale e la Grazia (Kripa) del Divino ci concede.
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Nel testo Vedantico Panchadasi c’è una parabola molto famosa e potente, simile a un Koan Zen, quella del "decimo uomo scomparso", che ci spiega bene la situazione dell’essere umano completamente immerso in Maya e nei suoi giocattoli, che si è momentaneamente identificato con il corpo e la mente, dimenticandosi di essere un essere spirituale immortale, e ci mostra il suo percorso in 7 stadi verso la realizzazione del Sé.
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In questo testo analizzo e commento una frase del Maestro sull'ego, cercando di coglierne il significato profondo e completo. Questa una parte del commento:
Il Kriya non insegna la mera negazione intellettuale dell'ego, ma fornisce il metodo scientifico per ritirare il Prana (l’energia vitale) dai sensi e dal corpo—il campo di battaglia dell'ego—e dirigerlo verso la sorgente, la Supercoscienza, situata in Ajna chakra, dietro il punto tra le sopracciglia. La pratica del Kriya Pranayama inverte il flusso di energia che, per abitudine, si dirige in basso e verso l'esterno e ci mantiene legati ai titoli e alle definizioni del corpo, così come ai desideri e ai giocattoli del mondo. Con la ripetizione della tecnica, l'energia risale attraverso la spina dorsale fino al Kutastha (il centro cristico, il terzo occhio) e lì si unisce con il Divino.
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